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Luigi, ragazzo mio

Quando si parla di Tenco, di solito si comincia dalla fine. E così accade che l’inchiesta sulla morte diventi più importante della sua stessa vita.

Nemmeno trent’anni aveva, Luigi. Correva veloce, tanto che era stato in grado di scrivere alcune tra le canzoni più belle del repertorio italiano. Correva perché vedeva lontano, molto più dei suoi contemporanei.

Negli anni Sessanta la musica impegnata non aveva ancora sfondato in Italia, i cantautori sarebbero arrivati solo un decennio più tardi. Ma Luigi già parlava di politica, emigrazione, guerra, libertà, differenze sociali… E lo faceva in modo trascinante, nuovo. D’altronde, non era mai stato capace di restare fermo, di trovare un proprio posto nel mondo: un mondo troppo stretto, ottuso, senza alcuna voglia di ascoltare.

Eppure cantava con passione: l’interprete era grande come e quanto l’autore. Basta risentire le incisioni per coglierne l’intonazione malinconica e struggente che diviene, a tratti, carica di rabbia e inquietudine. Solo Tenco sapeva cantare Tenco, precursore dei tempi, sia nei testi, sia nella voce.

Nemmeno trent’anni aveva, Luigi, quando smise di correre.

Conobbi la sua musica molti anni dopo: ormai l’uomo aveva lasciato il posto al mito. Un vecchio 33 giri, una foto, i testi. Il primo anno delle elementari provai anche a ricopiare Il mio regno per esercitarmi a scrivere: la maestra mi fissava manco fossi un marziano. Non disse nulla, lo ricordo bene. Non avrebbe potuto: aveva detto già tutto, Luigi.

Il mio regno

(Tenco)

Tu, fatina che non vidi mai,

tu sei stata regina del regno

che un giorno sognai.

E tu, mio caro vecchio albero,

tu sei stato il castello di un regno

e neppure lo sai.

D’un regno

con un solo soldato,

che cercava le streghe

voleva cacciarle a sassate.

D’un regno,

che ogni giorno viveva

i mille e mille e mille c’era una volta.

Oh, se non m’avessero detto mai

che le fiabe son storie non vere,

ora là io sarei (x2).

8 pensieri riguardo “Luigi, ragazzo mio

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